Nel bosco di Boscomariccia esisteva una radura che sembrava pensare. Non era grande né spettacolare, eppure chi vi arrivava con il cuore pieno di domande spesso tornava via con un pensiero nuovo. Gli alberi erano antichi, le radici profonde, e al centro della radura cresceva Quercetto, il piccolo fungo dal cappello color castagna che sapeva ascoltare meglio di chiunque altro.
Quel pomeriggio il bosco era avvolto in un silenzio magico. L’aria aveva il profumo caldo della terra bagnata e le foglie filtravano la luce del sole come se fosse miele dorato. I bambini erano sparsi nella radura, intenti nei loro giochi, ma l’atmosfera cambiò quando il sentiero scricchiolò sotto passi pesanti e lenti. Era Roberto. Tutti nel villaggio lo conoscevano bene: era un giovane ragazzo che veniva dalla grande città ogni volta che poteva. Nei fine settimana, durante le feste o le vacanze, i suoi genitori caricavano l’auto e lo portavano a trovare i nonni che vivevano lì vicino. Per Roberto, quel tragitto dalla città al bosco era come un ponte tra due mondi, e la casa dei nonni era il suo porto sicuro. Ma quel giorno Roberto camminava con lo sguardo fisso al suolo, le mani affondate nelle tasche e le spalle curve. C’era una tristezza così densa nei suoi passi che persino il bosco sembrò trattenere il respiro.
Si sedette sull’erba, un po’ in disparte, proprio accanto a Quercetto. Per qualche momento nessuno ebbe il coraggio di rompere quel silenzio. Poi Quercetto disse con la sua voce morbida: «Ci sono giorni in cui il cuore pesa più delle tasche, giovane amico. Questa volta la città ti ha lasciato un bagaglio troppo pesante da portare fin dai tuoi nonni? Vuoi raccontarci cosa è successo?»
Roberto fissò un punto lontano tra gli alberi, con gli occhi lucidi che cercavano di restare fermi. «Il mio cane… Chicco. È rimasto in città, ma non mi aspetterà più alla porta quando tornerò a casa. Oggi si è addormentato per sempre».
Il vento attraversò la radura come una carezza. Quercetto non parlò subito; sapeva che per un giovane ragazzo il silenzio è spesso la prima medicina. Poi, sollevò leggermente il suo cappello castano, come fanno i vecchi saggi prima di svelare un segreto antico.
«Ascolta, Roberto. Si racconta che proprio ai confini del cielo esista un luogo meraviglioso chiamato il Ponte dell’Arcobaleno. Quando un animale che è stato amato da qualcuno quaggiù chiude gli occhi per l’ultima volta, si risveglia proprio lì. È un prato immenso, dove l’erba è sempre fresca e profumata, e il sole brilla dolce senza scottare mai. Lì ci sono colline dorate e foreste fresche dove tutti i nostri amici possono correre e giocare insieme tutto il giorno.»
I bambini più piccoli si erano avvicinati, ascoltando col fiato sospeso, mentre Roberto restava in ascolto, catturato dalla solennità del racconto che sembrava dare un senso a quel vuoto improvviso.
«In quel posto speciale,» continuò Quercetto con dolcezza, «non esiste più la vecchiaia né la malattia. Chi era ferito torna sano, chi era stanco o debole torna forte e agile, proprio come noi li ricordiamo nei nostri momenti più belli. Passano le giornate a rincorrersi, e non manca loro nulla… tranne una cosa: ognuno di loro sente la mancanza di qualcuno di molto caro, qualcuno che hanno dovuto lasciare indietro per un po’. Succede che un giorno, tra tantissimi anni, mentre corrono tutti insieme felici, uno di loro si fermerà all’improvviso. I suoi occhi si illumineranno come stelle, le orecchie si tenderanno verso il vento e il naso inizierà a fremere. Si staccherà dal gruppo e inizierà a correre sull’erba verde, sempre più veloce, quasi volando. Ti ha visto, Roberto! Ti ha visto da lontano. Succederà tra moltissimo tempo, quando sarai diventato un uomo adulto, forse con i capelli bianchi e tante storie da raccontare ai tuoi nipoti… ma per lui sarà passato solo un secondo da quando vi siete salutati l’ultima volta. Perché per chi ama così tanto, il tempo non esiste: lui sarà rimasto lì ad aspettarti con la stessa gioia del primo giorno. E quando vi incontrerete di nuovo, vi stringerete in un abbraccio così forte che non vi lascerete mai più. Lui ti farà tantissime feste, ti riempirà il viso di leccatine felici e tu potrai finalmente accarezzare di nuovo la sua testolina morbida. Allora, insieme, attraverserete il Ponte dell’Arcobaleno per non separarvi mai più.»
Roberto fece un respiro profondo, ma un’ombra di amarezza gli passò ancora sul volto mentre pensava a certe parole sentite distrattamente. «Ma Quercetto… alcune persone dicono che “era solo un cane”».
«Chi dice così,» spiegò Quercetto con una voce ferma e profonda, «non lo fa per cattiveria.
Lo dice perché non ha ancora avuto la fortuna di scoprire quanto può essere grande il cuore di un animale. Un cane non guarda se sei bravo a scuola o se hai preso un bel voto. Non conta i tuoi errori e non gli importa se oggi sei di cattivo umore. Ti sceglie ogni giorno perché sei tu, e questo gli basta per amarti sopra ogni cosa. L’amore degli animali è un colore speciale dell’arcobaleno: è la fedeltà pura, quella che non chiede nulla in cambio se non una carezza e uno sguardo.»
Quercetto fece una piccola pausa, lasciando che le sue parole scendessero sui presenti come rugiada fresca.
«L’amore, vedete, non è una cosa sola, ma è come un arcobaleno fatto di mille sfumature che si intrecciano tra loro in un abbraccio continuo. C’è il rosso, ardente e pieno di energia, che è la forza del vostro papà e della vostra mamma che vi proteggono come un guscio sicuro ogni notte, e accanto brilla il rosa, fatto della dolcezza e della tenerezza delle loro carezze che sanno curare ogni piccola ferita del cuore. Poi brilla l’arancione, acceso dall’entusiasmo di quando vi innamorate della vita e di ogni sua scoperta, e il giallo dell’allegria, che è la gioia spontanea di stare insieme agli amici a giocare qui a Boscomariccia. C’è il verde, il colore della crescita, come l’affetto per i vostri fratelli e sorelle che cambia e diventa più forte ogni giorno che passate insieme, e il viola, dove il corpo e lo spirito diventano una cosa sola in una comprensione profonda. E infine, bambini, c’è il blu, profondo e sereno come l’amore fedele dei nostri amici animali, e il bianco, la luce più pura che rappresenta l’amore eterno, quello che non si spegne mai, nemmeno quando non possiamo più vederlo con gli occhi.»
Roberto guardò l’orizzonte e sentì che quelle parole stavano mettendo ordine nel suo caos interiore, proprio lì, a pochi passi dalla casa dei suoi nonni.
«Esatto,» concluse il funghetto. «Senza ognuno di questi colori, l’arcobaleno della vita sarebbe incompleto. E sapete perché dopo la pioggia appare nel cielo? È una finestra aperta. La natura ce lo mostra per dirci che quel prato esiste davvero, proprio lì dietro, celato solo da un velo di luce. Ogni volta che lo vedrai, Roberto, saprai che Chicco è lì, che corre felice tra l’erba aspettando il momento di farti le feste.»
Roberto respirò profondamente. Il peso che sentiva nel petto non era più un sasso appuntito; era diventato qualcosa di più morbido, come un ricordo prezioso da custodire gelosamente.
«Allora Chicco è uno di quei colori» disse con un sorriso appena accennato, ma finalmente vero.
Quercetto annuì solennemente. «Sì, è il colore della fedeltà pura. Ricordate sempre: quando un animale vi ha amato davvero, lascia dentro di voi una parte della sua gioia. E quella gioia non muore mai.»
Il sole finì di tramontare dietro le colline, e mentre il giovane Roberto tornava verso la casa dei nonni, si fermò un istante a guardare le prime stelle. Non c’era l’arcobaleno quella sera, ma lui sapeva che era lì, appena dietro l’oscurità, a proteggere i sogni e le corse del suo amico Chicco.
Stephen Rye




