Nel bosco di Boscomariccia, quel giorno, c’era qualcosa di diverso. Non si vedeva, non si toccava, ma si sentiva. Gli alberi erano fermi, come se stessero aspettando, il vento passava piano senza giocare tra le foglie e perfino il terreno sembrava trattenere il respiro. Quercetto era già nella radura. Non aveva chiamato i bambini, eppure sapeva che sarebbero arrivati. E infatti arrivarono, uno alla volta, con passi più lenti del solito e con domande che non avevano ancora trovato voce. Si sedettero intorno a lui, come sempre, ma quel giorno il cerchio non era solo un’abitudine, era un bisogno.
Per un po’ nessuno parlò. Poi una voce si fece avanti. «Quercetto…cos’è la guerra?» Quercetto non si affrettò a rispondere. Guardò il cerchio, gli occhi dei bambini, e ascoltò il silenzio che era venuto insieme a quella domanda. «Prima di dirvi cos’è» disse piano «proviamo a capire da dove nasce. Avete mai litigato?» Mario annuì subito. «Sì…e dopo mi sentivo strano.» «Strano come?» chiese Quercetto. Mario esitò, poi si toccò il petto. «Come se qualcosa facesse male qui… ma non si vedesse.» Quercetto annuì lentamente. «Quella è una cosa molto importante.» Martha si sporse leggermente. «Anche a me succede. A volte mi arrabbio, ma in realtà sono triste.» «Esatto» disse Quercetto «le emozioni non sono mai una sola cosa. Spesso si mescolano.»
Si fece un po’ più serio. «La guerra nasce proprio lì, quando queste emozioni non trovano spazio per essere capite.» Nicola aggrottò la fronte. «Ma è solo un litigio grande?» Quercetto scosse piano il capo. «È molto di più. È quando tante persone, tutte insieme, smettono di ascoltarsi. Quando ciascuno pensa di avere solo ragione e non prova più a capire l’altro.» Andrea intervenne. «Perché non provano a parlarsi?» Quercetto lo guardò con attenzione. «Perché parlare davvero è difficile. Significa dire cosa si prova. E questo a volte fa paura.» Francesca abbassò lo sguardo. «Perché abbiamo paura?» «Perché temiamo di non essere capiti, o di essere feriti ancora.» Un lieve vento attraversò la radura mentre Quercetto continuava. «Così, invece di parlare, le persone si chiudono, e ciò che sentono cresce dentro.» Claudia parlò piano. «E diventa rabbia.» «Sì», disse Quercetto «e la rabbia, se resta sola, cerca una via per uscire.» Gianluca si mosse appena. «E quella via è la guerra?» «A volte sì» rispose Quercetto «perché si pensa che fare male all’altro possa proteggere sé stessi.»
Il cerchio rimase in silenzio, ma non era un silenzio vuoto. Era il silenzio di chi stava capendo. Dopo un momento Martha chiese: «Ma allora… la guerra si può evitare?» Quercetto non esitò. «Sì, ma bisogna iniziare molto prima.» Andrea inclinò la testa. «Prima di cosa?» «Prima che la rabbia diventi troppo grande.» Sara, seduta poco distante, ascoltava senza interrompere. Il suo sguardo era una presenza sicura, discreta. Quercetto continuò. «Per questo è importante parlarne, anche se è difficile.» Mario lo guardò. «Ma non è una cosa troppo grande per noi?» Quercetto sorrise appena. «Le cose grandi iniziano sempre da quelle piccole.» Nicola sembrava ancora dubbioso. «Cosa possiamo fare noi?» Quercetto si chinò leggermente. «Possiamo imparare a riconoscere ciò che sentiamo.» Francesca annuì. «E dirlo.» «Sì», disse Quercetto «dirlo, con rispetto, senza ferire.» Claudia aggiunse: «E ascoltare.» Quercetto la guardò con approvazione. «Ascoltare davvero, non per rispondere, ma per capire.»
Gianluca rimase in silenzio per un momento, poi disse: «È difficile.» «Molto» rispose Quercetto «ma è così che si costruisce la pace.» Marco, che fino a quel momento era rimasto in disparte, parlò piano. «Quindi la pace non è qualcosa che arriva da sola.» Quercetto scosse il capo. «No. È qualcosa che si impara e si costruisce.» Il vento si fece più leggero. «E sapete una cosa importante?» continuò. I bambini si fecero attenti. «Non parlare di queste cose non vi protegge. Vi lascia soli.» Sara abbassò lo sguardo per un istante. «Quando invece qualcuno è qui con voi, quando ascolta, quando accoglie le vostre domande, allora anche le cose difficili diventano più comprensibili.» Mario strinse piano la mano della madre. «Quindi possiamo chiedere sempre?» «Sempre» rispose Quercetto «le domande non fanno paura. È il silenzio che le nasconde che può farla crescere.»
Martha respirò profondamente. «Allora parlare è già un modo per fare pace.» Quercetto sorrise. «È il primo passo.» Nicola guardò gli altri. «E il secondo?» Quercetto alzò leggermente il cappello. «Scegliere, ogni giorno, anche nelle piccole cose.» Andrea annuì. «Non escludere.» Francesca aggiunse: «Non ferire.» Claudia disse: «Capire prima di giudicare.» Gianluca rimase un attimo in silenzio, poi sussurrò: «Chiedere scusa.» Quercetto lo guardò con dolcezza. «Quella è una delle cose più coraggiose che esistano.»
Il bosco sembrò distendersi, come se qualcosa si fosse sciolto. «Ricordate» concluse Quercetto «la guerra non inizia lontano. Inizia vicino, nei pensieri, nelle parole, nei gesti.» Mario alzò lo sguardo. «E la pace?» Quercetto rispose senza esitazione. «Nello stesso posto.» Un raggio di luce attraversò i rami. Non era cambiato il mondo, ma qualcosa, dentro quel cerchio, sì. E forse, pensò il bosco, è proprio così che si comincia.
Stephen Rye





