C’era una volta, nella radura di Boscomariccia, un gruppo di bambini seduti intorno a Quercetto.
«Quercetto, ci racconti una storia di eroi?» chiese Andrea.
Il piccolo fungo dal cappello color castagna sorrise. «Ve ne racconterò una di un eroe molto speciale. Si chiamava Ulisse e, dopo una lunga guerra, desiderava soltanto tornare a casa, dalla sua sposa Penelope e dal suo giovane figlio Telemaco.»
«E perché non tornava?» domandò Sara.
«Perché a volte, bambini, anche quando sappiamo qual è la strada giusta, le nostre scelte possono portarci molto lontano.»
Quercetto raccontò che Ulisse aveva aiutato i Greci a conquistare Troia con un’idea geniale: costruire un enorme cavallo di legno e lasciarlo davanti alle porte della città come se fosse un dono per gli dèi. I Troiani lo portarono dentro le mura e, durante la notte, i soldati greci nascosti al suo interno uscirono e aprirono le porte della città.
«Ma allora Ulisse era cattivo?» chiese Nicola.
«No», rispose Quercetto. «Era intelligente e astuto. Ma anche una persona intelligente può accorgersi, dopo aver fatto una scelta, che non tutto ciò che ci permette di vincere è necessariamente una cosa buona.»
E Ulisse, molti anni dopo, avrebbe ripensato a quell’inganno.
Durante il viaggio verso Itaca incontrò il terribile Polifemo, un gigante con un solo occhio. Per fuggire dalla sua grotta, Ulisse usò ancora una volta la sua astuzia.
«Questa volta la sua intelligenza gli salvò la vita», spiegò Quercetto. «Ma quando riuscì a fuggire, Ulisse fece un errore: volle far sapere al gigante chi lo aveva ingannato.»
Polifemo era figlio di Poseidone, il dio del mare. Quando seppe il nome di Ulisse, invocò l’ira del padre. E Poseidone lo ascoltò.
«Da quel momento», continuò Quercetto, «il viaggio di Ulisse diventò ancora più difficile. Tempeste, mostri, magie e pericoli lo allontanarono sempre di più da Itaca.»
Ulisse incontrò la maga Circe, ascoltò il canto delle Sirene e arrivò sull’isola di Calipso. Passarono gli anni. Dieci anni dopo la fine della guerra, Ulisse era ancora lontano da casa.
«E che cosa aveva imparato?» domandò Francesca.
Quercetto sorrise. «Aveva imparato che essere furbi non basta. Bisogna anche saper riconoscere i propri errori. E aveva imparato che, quando si ama qualcuno, nessuna terra lontana può diventare davvero casa.»
Finalmente Ulisse riuscì a tornare a Itaca. La dea Atena lo trasformò nell’aspetto di un vecchio mendicante, così nessuno poté riconoscerlo. Nessuno, tranne uno.
Vicino alla sua casa c’era Argo, il suo vecchio cane.
Quando Ulisse era partito, Argo era giovane e forte. Ora era vecchio, malato e abbandonato. Ma quando vide quel mendicante, sollevò la testa. Guardò i suoi occhi. E lo riconobbe.
«Come poteva riconoscerlo dopo vent’anni?» chiese Mario.
Quercetto abbassò dolcemente il cappello. «Perché l’amore vero non dimentica. Argo non riconobbe i vestiti di Ulisse e nemmeno il suo volto. Riconobbe il suo cuore. E forse riconobbe anche quella carezza che, dopo vent’anni, era rimasta la stessa.»
Ulisse avrebbe voluto correre da lui, abbracciarlo e chiamarlo per nome, ma non poteva ancora rivelare la sua identità. Si fermò soltanto per un istante. Poi, fingendo di essere ancora un vecchio mendicante, si chinò lentamente verso di lui e gli posò una mano sul capo.
Fu una carezza lieve, la stessa carezza che forse gli aveva dato tante volte, quando Argo era ancora giovane e correva felice al suo fianco.
Argo chiuse gli occhi. Non aveva bisogno di altro. Aveva aspettato per vent’anni. Ora sapeva che il suo padrone era tornato. E con quella carezza sul capo, per la prima volta dopo vent’anni, Argo smise di aspettare.
Ma il ritorno di Ulisse non era ancora finito.
Per vent’anni, a Itaca, Penelope aveva continuato ad aspettarlo. Molti uomini, credendolo ormai morto, erano entrati nella sua casa e cercavano di convincerla a sposare uno di loro. Erano i Proci, arroganti e prepotenti, che consumavano le ricchezze di Ulisse come se la sua casa fosse diventata la loro.
Penelope, però, non aveva mai smesso di sperare.
«Ma perché non ne sceglieva uno?» domandò Sara.
«Perché il suo cuore apparteneva ancora a Ulisse», rispose Quercetto. «E perché conosceva una promessa che aveva fatto a sé stessa.»
Per tenere lontani i pretendenti, Penelope aveva escogitato uno stratagemma. Aveva detto che avrebbe scelto un nuovo marito soltanto dopo aver terminato di tessere un grande telo. Di giorno tesseva, ma di notte disfaceva di nascosto il lavoro fatto. Così passarono gli anni, ma alla fine il suo inganno venne scoperto.
Quando Ulisse arrivò a Itaca, Atena gli disse di non rivelarsi subito. Così il grande eroe entrò nella propria casa vestito da mendicante. Nessuno lo riconobbe. I Proci lo derisero e lo trattarono con disprezzo, ma Ulisse rimase in silenzio. Aveva aspettato vent’anni. Poteva aspettare ancora un poco.
Penelope, intanto, aveva deciso di mettere alla prova i pretendenti. Portò fuori il grande arco di Ulisse, quello che nessun altro era mai riuscito a tendere, e annunciò: «Sposerò colui che riuscirà a tendere l’arco e a far passare una freccia attraverso gli anelli di dodici asce.»
Uno dopo l’altro, i pretendenti provarono. Nessuno ci riuscì.
Allora il vecchio mendicante chiese di poter tentare.
«Tu?» risero i Proci. «Un vecchio come te?»
Penelope, però, acconsentì.
Ulisse prese l’arco. Lo osservò per un istante. Poi lo tese con la facilità con cui un musicista tende le corde del proprio strumento. La freccia attraversò gli anelli delle dodici asce.
Nella sala calò il silenzio.
A quel punto Ulisse lasciò cadere il travestimento.
«Sono io.»
Telemaco, che ormai conosceva il piano del padre, si schierò al suo fianco. Insieme affrontarono i Proci e liberarono la loro casa da coloro che l’avevano occupata.
Itaca era finalmente di nuovo sua.
Ma restava una persona che ancora non era completamente certa.
Penelope.
Dopo vent’anni di attesa, aveva paura di lasciarsi ingannare dalla speranza. Guardò quell’uomo e lo osservò a lungo.
«Sei davvero Ulisse?» chiese.
Ulisse non si arrabbiò. Capì che Penelope aveva bisogno di una certezza. Allora le parlò del loro letto nuziale, costruito da lui stesso attorno al tronco di un ulivo che cresceva ancora radicato nella terra.
Solo Ulisse poteva conoscere quel segreto.
Penelope capì.
E allora corse verso di lui.
Dopo vent’anni, finalmente, marito e moglie poterono riabbracciarsi.
Quella notte, a Itaca, non c’erano più guerre, né tempeste, né mostri, né dèi adirati. C’erano soltanto due persone che si erano aspettate per tutta una vita.
I bambini intorno a Quercetto erano rimasti in silenzio.
Poi Andrea domandò: «Allora Ulisse era finalmente felice?»
Quercetto guardò il cielo pieno di stelle. «Sì. Ma forse la cosa più importante non è che Ulisse sia tornato a Itaca. La cosa importante è capire che cosa aveva trovato tornando.»
«Che cosa?» chiese Francesca.
Quercetto sorrise. «Aveva ritrovato Penelope, che non aveva smesso di aspettarlo. Aveva ritrovato Telemaco, che era diventato uomo mentre lui era lontano. Aveva ritrovato la sua casa. E, prima che Argo chiudesse per sempre gli occhi, aveva potuto regalare al suo vecchio compagno quella carezza che forse gli doveva da vent’anni.»
Quercetto fece una piccola pausa.
«Ulisse aveva attraversato il mare per vent’anni per tornare a casa. Ma Argo non aveva mai attraversato nessun mare. Non aveva combattuto guerre. Non aveva sconfitto mostri. Non aveva ingannato giganti.
Aveva fatto una cosa molto più semplice. Aveva aspettato.»
I bambini guardarono Quercetto senza parlare.
«Vedete, bambini», continuò il piccolo fungo, «Ulisse ci insegna che il coraggio ci aiuta quando abbiamo paura, l’intelligenza ci aiuta a trovare una soluzione e gli errori possono insegnarci a diventare più saggi.
Penelope ci insegna che l’amore sa aspettare.
Telemaco ci insegna che si può crescere anche quando qualcuno che amiamo è lontano.
Ma Argo ci insegna qualcosa di ancora più semplice.
Ci insegna che l’amore vero non conta gli anni, non chiede ricompense e non dimentica chi ama.»
Quercetto guardò ancora una volta il cielo. Una stella brillava più delle altre.
«Ulisse tornò a casa dopo aver attraversato il mare.
Ma forse la sua vera casa non era fatta di mura, né di pietre, né di terra.
La sua vera casa erano le persone e gli esseri viventi che avevano continuato ad amarlo mentre lui era lontano.
E Argo, senza aver mai viaggiato, gli insegnò forse la lezione più grande di tutte:
chi ama davvero, non smette di aspettare.
E quando finalmente chi ama ritorna, a volte basta una carezza per dirgli tutto ciò che vent’anni di silenzio non sono riusciti a dire.»
Stephen Rye





