Quercetto e l’ira di Achille – parte 2

24 Ago 2026 | Le favole sui Funghi

Quel pomeriggio, nella radura di Boscomariccia, i bambini si erano raccolti intorno a Quercetto. Il piccolo fungo dal cappello color castagna se ne stava ai piedi della grande quercia, con l’aria pensierosa di chi stava cercando nella memoria una storia molto lontana. Andrea, che conosceva bene quei silenzi, fu il primo a parlare. «Quercetto, oggi ci racconti una storia di eroi?» Il funghetto sorrise. «Sì, ma questa volta vi parlerò di un eroe un po’ particolare. Era fortissimo, velocissimo e quasi imbattibile. Eppure la battaglia più difficile della sua vita non la combatté contro un esercito.» Nicola si sporse in avanti. «Contro chi, allora?» «Contro la sua stessa rabbia», rispose Quercetto.

Molto tempo prima, sulle rive di un mare lontano, Greci e Troiani combattevano davanti alle alte mura di Troia. La guerra durava ormai da dieci anni e tra quei guerrieri c’erano uomini destinati a diventare leggenda. Tra i Greci c’erano Ulisse, astuto e intelligente, Aiace, grande e possente, e soprattutto Achille, il più temuto di tutti. Achille sembrava nato per la guerra. Era veloce come il vento e quando entrava in battaglia i nemici avevano paura di lui. Ma possedeva anche un carattere difficile. Era orgoglioso e non sopportava di sentirsi offeso. Un giorno litigò con Agamennone, il comandante dei Greci, e si sentì così umiliato che decise di non combattere più. Si ritirò nella sua tenda e lasciò che la guerra continuasse senza di lui. «Ma se era il guerriero più forte, perché se ne andò?» domandò Sara. Quercetto rimase per un momento in silenzio, poi rispose. «Perché anche gli uomini più forti possono lasciarsi dominare dalla rabbia. E quando siamo molto arrabbiati, qualche volta pensiamo così tanto a ciò che ci hanno fatto che dimentichiamo ciò che sta accadendo intorno a noi.»

Mentre Achille rimaneva nella sua tenda, i Troiani cominciarono ad avere la meglio. Guidati da Ettore, il più valoroso dei loro guerrieri, arrivarono fino alle navi dei Greci e minacciarono di incendiarle. Patroclo, il più caro amico di Achille, non riusciva più a stare a guardare. Andò da lui e gli chiese di poter indossare la sua armatura. «Se i Troiani mi vedranno con le tue armi», gli disse, «penseranno che sei tornato a combattere e forse avranno paura.» Achille acconsentì e gli affidò anche i suoi guerrieri, ma gli diede una raccomandazione precisa. Doveva respingere i Troiani dalle navi senza lasciarsi trascinare troppo lontano. Patroclo promise e scese in battaglia. Per un po’ il piano funzionò. I Troiani, vedendo da lontano l’armatura di Achille, credettero che il terribile guerriero fosse tornato e cominciarono a ritirarsi. Ma Patroclo, preso dall’impeto della battaglia, continuò a inseguirli e arrivò fino alle mura di Troia. Lì incontrò Ettore. I due si affrontarono e combatterono, e alla fine Patroclo cadde.

Quando la notizia arrivò ad Achille, il guerriero rimase immobile. Per un momento sembrò che non riuscisse nemmeno a capire le parole che gli stavano dicendo. Poi comprese che il suo

amico non sarebbe più tornato. Achille pianse. «Ma gli eroi piangono?» chiese Mario. «Certo», disse Quercetto. «Gli eroi hanno paura, soffrono e sbagliano proprio come tutti gli altri. Essere forti non significa non piangere.» Ma il dolore di Achille si trasformò presto in rabbia. Pensò a Patroclo e a Ettore e decise di tornare a combattere. Questa volta non c’era esercito che potesse fermarlo. Cercò Ettore e lo trovò davanti alle mura di Troia. Ettore sapeva che quello scontro poteva costargli la vita, ma non fuggì. Dietro di lui c’erano la sua città, sua moglie Andromaca e il loro piccolo figlio. I due guerrieri si affrontarono e alla fine Ettore cadde. Achille aveva ottenuto la sua vendetta, ma non aveva trovato la pace. Patroclo non sarebbe tornato e il dolore era ancora lì, più grande di prima.

Dentro Troia, intanto, il vecchio re Priamo piangeva suo figlio. Ettore non era soltanto il guerriero che aveva ucciso Patroclo. Era suo figlio. Priamo lo aveva visto crescere, diventare uomo, marito e padre e ora voleva soltanto riportarlo a casa. Una notte prese una decisione che sembrava folle. Attraversò da solo il campo dei Greci e raggiunse la tenda di Achille. «Non aveva paura?» domandò Nicola. «Sicuramente», disse Quercetto. «Ma quando amiamo qualcuno, qualche volta troviamo il coraggio di fare cose che non avremmo mai pensato di poter fare.» Priamo entrò nella tenda di Achille e si inginocchiò davanti a lui. Non gli parlò come a un nemico. Gli parlò come un padre che aveva perso suo figlio e gli chiese di restituirgli il corpo di Ettore. Achille lo guardò a lungo. Poi pensò a suo padre, lontano da lui, e a quanto avrebbe sofferto se un giorno avesse perso suo figlio. Improvvisamente vide Priamo non più come il padre di un nemico, ma semplicemente come un padre che soffriva. Achille pianse e Priamo pianse con lui. Per qualche istante non ci furono più Greci e Troiani, vincitori e vinti. C’erano soltanto due uomini che avevano perduto qualcuno che amavano. Achille restituì a Priamo il corpo di Ettore.

Nella radura di Boscomariccia i bambini rimasero in silenzio. Dopo un po’, Sara domandò: «Quindi Achille aveva capito di aver sbagliato?» Quercetto guardò le foglie che si muovevano sopra la sua testa. «Forse aveva capito qualcosa di ancora più importante. La rabbia può farci sentire fortissimi, ma può anche diventare una prigione. E qualche volta riusciamo a uscirne soltanto quando smettiamo di vedere davanti a noi un nemico e cominciamo a vedere una persona.» Mario allora domandò: «Ma chi era il vero eroe?» Quercetto sorrise. «Forse ce n’erano molti. Patroclo, perché non riuscì a restare indifferente davanti al pericolo dei suoi amici. Ettore, perché affrontò la paura per difendere ciò che amava. Priamo, perché ebbe il coraggio di attraversare il campo nemico per riportare a casa suo figlio. E anche Achille, ma soltanto quando riuscì a capire che vincere una battaglia non significa sempre vincere davvero.»

Il sole cominciava ormai a scendere dietro gli alberi e la luce della radura si faceva più dorata. Quercetto guardò i bambini e concluse piano: «Achille aveva combattuto contro guerrieri fortissimi e non aveva quasi mai conosciuto la sconfitta. Ma la battaglia più difficile non la combatté davanti alle mura di Troia. La combatté dentro di sé.» Per qualche secondo nessuno parlò. Poi Andrea si alzò e si scrollò l’erba dai pantaloni. «E come finì la guerra?» Quercetto fece un piccolo sorriso. «Questa è un’altra storia.» «Ma ce la racconti?» «Forse la prossima volta.» I bambini protestarono, ma il funghetto guardò verso il sentiero che si perdeva tra gli alberi e aggiunse: «Posso soltanto dirvi che la guerra di Troia finì grazie a un’idea davvero strana.» Tutti si fecero più vicini. «Quale idea?» Quercetto sollevò appena il cappello color castagna. «Un cavallo di legno.»

E prima che potesse aggiungere altro, la radura si riempì delle domande dei bambini. Quercetto sorrise senza rispondere. La storia di Troia, evidentemente, non era ancora finita.

Stephen Rye

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